Progetto per l’Autoproduzione di Energia Rinnovabile

Transizione energetica di Makeitalia con il sostegno del PNRR

Siamo orgogliosi di annunciare che Makeitalia è tra le imprese beneficiarie del bando “Sostegno Autoproduzione di Energia da Fonti Rinnovabili nelle PMI“, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU nell’ambito del PNRR (Missione 7 “RepowerEU”, Investimento 16).

Un riconoscimento che conferma il nostro impegno verso un modello produttivo più sostenibile ed efficiente dal punto di vista energetico.

Grazie a questo progetto, infatti, potremo:

  • autoprodurre energia elettrica tramite impianto fotovoltaico;
  • ridurre l’impatto ambientale dei nostri processi produttivi;
  • migliorare l’efficienza energetica e la competitività dell’azienda.

 

NextGenerationEu

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Supply Chain Risk Intelligence: come prevedere i rischi prima che impattino il business

Nella gestione della Supply Chain, riconoscere un rischio quando ha già prodotto un ritardo, uno shortage o un fermo produttivo significa intervenire con margini di manovra ridotti. La Supply Chain Risk Intelligence nasce per spostare il presidio del rischio più a monte: non promette di prevedere con certezza ogni evento, ma aiuta a riconoscere in anticipo combinazioni di segnali che aumentano la probabilità di un impatto operativo o economico.

Questo approccio non sostituisce la gestione del rischio nella Supply Chain, ma la rende più continua e orientata alla decisione. Se il Risk Management tradizionale identifica, valuta e mitiga i rischi, la Risk Intelligence lavora sulla capacità di osservare dati interni, segnali esterni, anomalie e variazioni di comportamento prima che diventino criticità visibili. In questo senso, rappresenta un livello più evoluto del presidio: collega monitoraggio, indicatori anticipatori, sistemi di Early Warning, AI e ownership decisionale.

Il punto non è generare più dashboard o più notifiche. Il valore si crea quando un segnale viene trasformato in una priorità chiara, assegnata a una funzione responsabile e collegata a un’azione preventiva. Senza questo passaggio, anche il sistema più avanzato rischia di produrre rumore operativo, anziché aumentare il tempo disponibile per intervenire.

Dal Risk Management alla Risk Intelligence nella Supply Chain

Molte aziende hanno già introdotto pratiche di Risk Management: classificano i rischi, valutano fornitori critici, monitorano performance logistiche, definiscono piani di mitigazione e aggiornano periodicamente le priorità. Questo presidio rimane necessario, ma può non essere sufficiente quando le condizioni cambiano rapidamente e quando gli effetti di un’anomalia si propagano lungo la catena di fornitura in tempi brevi.

La Risk Intelligence aggiunge un principio operativo: osservare il rischio mentre si forma. Invece di limitarsi a fotografare una situazione in momenti prestabiliti, il sistema raccoglie segnali continui e li interpreta rispetto a soglie, correlazioni e regole decisionali. Una variazione del lead time, un aumento delle modifiche agli ordini, un peggioramento della puntualità di un fornitore o una crescita delle eccezioni di pianificazione non sono automaticamente un rischio grave. Possono però diventare indicatori anticipatori, se vengono letti insieme e in relazione al contesto.

Perché il monitoraggio periodico non basta quando i rischi cambiano rapidamente

Il monitoraggio periodico funziona quando i fenomeni evolvono con una certa gradualità. Nelle Supply Chain industriali, però, alcuni rischi emergono attraverso segnali deboli che si accumulano prima di diventare evidenti. Un fornitore che risponde con qualche giorno di ritardo, un materiale che inizia ad avere disponibilità instabile, una rotta logistica che presenta tempi più variabili o una domanda che si discosta dalle previsioni possono sembrare eventi isolati. Se osservati in sequenza, possono indicare una vulnerabilità crescente.

Il problema non è solo la velocità del cambiamento, ma anche la frammentazione delle informazioni. Procurement, planning, logistica, operations e direzione possono vedere parti diverse dello stesso fenomeno. Senza un modello che colleghi dati e responsabilità, il rischio viene compreso quando la criticità è già entrata nel processo produttivo o nel livello di servizio.

La differenza tra prevedere un rischio e riconoscere segnali anticipatori

Prevedere un rischio non significa sapere con certezza che cosa accadrà. Nella Supply Chain, molti eventi dipendono da variabili esterne, comportamenti dei fornitori, condizioni di mercato e vincoli logistici non completamente controllabili. La Risk Intelligence lavora quindi su una logica probabilistica: identifica condizioni che aumentano la probabilità di un impatto e aiuta l’organizzazione a decidere prima.

Questa distinzione è importante anche per valutare correttamente il ruolo dell’AI. Un modello predittivo può riconoscere pattern, anomalie e correlazioni difficili da intercettare manualmente, ma non elimina l’incertezza. La qualità del sistema dipende dai dati disponibili, dalle regole di interpretazione, dalla trasparenza delle soglie e dalla capacità delle persone di trasformare gli alert in decisioni coerenti.

Quali segnali osservare per anticipare ritardi, shortage e interruzioni

Un sistema di Supply Chain Risk Intelligence efficace non parte da una lista infinita di possibili rischi, ma da segnali osservabili. Il segnale è un’informazione che, da sola o combinata con altre, può indicare una deviazione rispetto al comportamento atteso. La sua utilità dipende dalla capacità di collegarlo a un potenziale effetto: ritardo, shortage, aumento dei costi, riduzione del livello di servizio, saturazione produttiva o interruzione del flusso.

I segnali più utili sono spesso già presenti nei sistemi aziendali, ma vengono letti in modo separato. Il valore della Risk Intelligence consiste nel metterli in relazione. Un singolo ritardo di consegna può essere un evento ordinario; ritardi ricorrenti su un materiale critico, associati a una riduzione delle conferme d’ordine e a una crescita del lead time, possono, invece, richiedere un’azione preventiva.

Segnali interni: ordini, lead time, stock, planning e performance operative

I dati interni offrono una base essenziale perché descrivono il comportamento reale della Supply Chain. Ordini aperti, date confermate, modifiche di consegna, lead time effettivi, livelli di stock, coperture, backlog, performance fornitore, scostamenti tra piano e consuntivo e frequenza delle eccezioni operative sono fonti preziose per costruire indicatori anticipatori.

Un aumento delle variazioni sulle date confermate può anticipare problemi di affidabilità del fornitore. Una riduzione progressiva della copertura su un componente critico può indicare un’esposizione crescente a shortage. Un incremento delle eccezioni gestite manualmente dal planning può segnalare che il processo sta perdendo stabilità. In tutti questi casi, il dato diventa utile solo se viene collegato a una soglia di attenzione e a una responsabilità chiara.

Segnali esterni: fornitori, materiali critici, mercato e contesto logistico

Accanto ai dati interni, i segnali esterni aiutano ad ampliare la capacità di lettura. Possono riguardare cambiamenti nella disponibilità di materiali, tensioni su determinate categorie merceologiche, variazioni nei tempi di trasporto, instabilità di specifiche aree geografiche, modifiche normative o informazioni qualitative raccolte dalla relazione con i fornitori.

Questi segnali non devono trasformare il sistema in un osservatorio generico. Devono essere selezionati in base all’impatto potenziale sul business. Per un materiale strategico, un peggioramento della puntualità del fornitore e un segnale esterno di tensione sulla disponibilità possono giustificare una verifica anticipata di stock, alternative di approvvigionamento o priorità produttive. Per un materiale non critico, lo stesso segnale potrebbe richiedere solo monitoraggio.

Come trasformare dati frammentati in un sistema di Early Warning

Il passaggio più delicato non è raccogliere dati (piuttosto potremmo aprire una parentesi sul livello di strutturazione del dato), ma trasformarli in un sistema di Early Warning realmente utilizzabile. Molte aziende dispongono già di informazioni su fornitori, ordini, stock, trasporti e performance operative. Il problema nasce quando queste informazioni restano distribuite tra ERP, file Excel, sistemi di pianificazione, report locali, portali e comunicazioni e-mail.

Un sistema di Early Warning deve ridurre questa frammentazione e creare una catena logica tra fonte dati, segnale, rischio potenziale, soglia di attenzione, funzione responsabile e azione preventiva. Se uno di questi passaggi manca, l’alert rischia di restare una notifica senza conseguenze operative.

Perché una dashboard non è sufficiente senza regole decisionali

Una dashboard può rendere visibile una situazione, ma non decide che cosa fare. Se mostra decine di indicatori senza priorità, il lavoro interpretativo rimane sulle persone e il rischio è che ogni funzione legga i dati con criteri diversi. In questo caso, la tecnologia aumenta la trasparenza ma non necessariamente la capacità di intervento.

Le regole decisionali servono a stabilire quando un segnale è rilevante, quale livello di gravità assume, chi deve prenderlo in carico e quali azioni sono previste. Una dashboard utile non si limita a visualizzare dati: orienta la lettura, evidenzia le eccezioni significative e rende chiaro il passaggio dall’osservazione alla decisione.

Il collegamento tra fonte dati, segnale, rischio potenziale e azione preventiva

Il collegamento tra dati e azioni deve essere progettato in modo esplicito. Per esempio, una variazione anomala del lead time su un fornitore critico può generare un alert solo se supera una soglia definita e se il materiale impattato ha una copertura inferiore a un certo livello. L’azione preventiva può essere una verifica con il fornitore, l’attivazione di una fonte alternativa, la revisione delle priorità di produzione o l’aggiornamento del piano di approvvigionamento.

Questa logica consente di evitare due estremi: ignorare segnali importanti perché dispersi tra sistemi diversi, oppure attivare escalation continue per anomalie che non hanno un impatto reale. La qualità dell’Early Warning dipende proprio dalla capacità di selezionare ciò che merita attenzione.

Come dare priorità agli alert senza aumentare il rumore operativo

Uno dei principali rischi dei sistemi di monitoraggio è la moltiplicazione degli alert. Se ogni variazione genera una notifica, gli utenti iniziano a ignorare il sistema o a gestirlo come un ulteriore carico amministrativo. Una buona Risk Intelligence deve, invece, ridurre il rumore, non aumentarlo.

La priorità di un alert dovrebbe dipendere da più dimensioni: probabilità dell’evento, impatto sul business, criticità del materiale o del fornitore, tempo disponibile per intervenire, disponibilità di alternative e affidabilità del segnale. Un alert ad alta priorità non è semplicemente un’anomalia più grande, ma una condizione che richiede una decisione tempestiva, perché può influenzare continuità operativa, servizio o marginalità.

Soglie di attenzione, livelli di gravità e responsabilità decisionali

Le soglie devono essere costruite con equilibrio. Soglie troppo sensibili generano falsi allarmi. Soglie troppo rigide intercettano il problema quando è già avanzato. Per questo, è utile partire da un perimetro controllato (su fornitori, materiali o processi critici) e calibrare progressivamente le regole in base alle evidenze raccolte.

Ogni livello di gravità dovrebbe corrispondere a una responsabilità decisionale. Un primo livello può richiedere monitoraggio e verifica dati. Un livello intermedio può attivare il procurement o il planning. Un livello più alto può coinvolgere operations e direzione per valutare scenari alternativi. La chiarezza dell’ownership è ciò che trasforma il sistema da strumento informativo a meccanismo operativo.

Quando attivare escalation, scenari alternativi e azioni preventive

L’escalation non dovrebbe essere attivata solo quando il danno è imminente. Deve servire ad aumentare il tempo utile per decidere. Se un materiale critico mostra segnali di instabilità, intervenire prima può significare rivedere priorità, anticipare ordini, qualificare alternative, modificare piani di produzione o comunicare in modo più tempestivo con clienti e funzioni interne.

La qualità della decisione dipende anche dalla preparazione di scenari alternativi. Un sistema di Risk Intelligence maturo non si limita a dire che esiste un rischio, ma aiuta a valutare opzioni. Quale fornitore alternativo è disponibile? Quale produzione può essere ripianificata? Quale stock è realmente utilizzabile? Quale impatto economico è associato a ciascuna scelta? Senza questa traduzione, l’alert resta incompleto.

Il ruolo dell’AI nella Supply Chain Risk Intelligence

L’intelligenza artificiale può rendere più efficace la Supply Chain Risk Intelligence quando viene inserita in un processo già governato. Il suo contributo è particolarmente utile nella lettura di grandi quantità di dati, nel riconoscimento di pattern storici, nell’identificazione di anomalie e nella prioritizzazione di segnali che, manualmente, sarebbero difficili da correlare.

Tuttavia, l’AI non deve essere presentata come una scorciatoia. Se i dati sono incompleti o non strutturati, le regole non sono chiare o le responsabilità decisionali non sono definite, un modello avanzato può produrre output difficili da interpretare o poco adottati dagli utenti. Il valore nasce dall’integrazione tra tecnologia, processo e competenze nella Supply Chain.

Dove l’AI può aiutare: pattern, anomalie, correlazioni e priorità

L’AI può supportare il monitoraggio dei rischi individuando comportamenti fuori norma rispetto alla storia del fornitore, del materiale o del processo. Può segnalare correlazioni tra ritardi, modifiche d’ordine, stock in riduzione e variazioni della domanda. Può aiutare a classificare gli alert per priorità, riducendo il tempo necessario per distinguere i casi realmente critici dalle oscillazioni fisiologiche.

In alcuni contesti, modelli predittivi possono stimare la probabilità di ritardo o shortage sulla base di dati storici e segnali aggiornati. In altri, sistemi più semplici, ma ben progettati, possono già produrre valore attraverso regole, soglie e alert strutturati. La scelta non dovrebbe dipendere dall’ambizione tecnologica, ma dal problema da presidiare e dalla maturità dei dati disponibili.

I limiti dell’AI: perché previsione probabilistica non significa certezza

Un sistema predittivo non elimina gli eventi imprevisti. Può aumentare la capacità di riconoscere condizioni di rischio, ma non garantisce che ogni criticità venga anticipata. Questa consapevolezza evita aspettative irrealistiche e aiuta a progettare sistemi più affidabili.

La trasparenza è un elemento decisivo per l’adozione. Gli utenti devono comprendere perché un alert viene generato, quali dati lo supportano e quale azione è richiesta. Se il modello è percepito come una scatola nera, la fiducia diminuisce e le persone tendono a tornare a valutazioni manuali o a canali paralleli. Per questo, l’AI deve affiancare il giudizio umano, non sostituirlo.

Come introdurre un sistema di Risk Intelligence in modo progressivo

Introdurre la Supply Chain Risk Intelligence non richiede necessariamente un progetto ampio sin dall’inizio. Un percorso efficace può partire da un perimetro limitato ma rilevante: una famiglia di materiali critici, un gruppo di fornitori strategici, un processo di pianificazione particolarmente esposto o una tratta logistica ad alta variabilità.

Il primo passo consiste nel valutare le fonti dati disponibili e la loro affidabilità. Successivamente si selezionano i segnali da monitorare, si definiscono soglie e regole, si costruiscono alert collegati a responsabilità precise e si misura se il sistema aiuta davvero a intervenire prima. Solo dopo questa fase ha senso estendere il modello ad altri processi o integrare componenti più evolute di AI e automazione.

Assessment delle fonti dati e selezione degli indicatori anticipatori

Un Assessment iniziale permette di capire quali dati sono già utilizzabili, quali richiedono pulizia o integrazione e quali informazioni mancano per costruire un sistema affidabile. Non tutti i dati devono essere perfetti per iniziare, ma è necessario sapere quali limiti esistono e come possono influenzare gli alert.

La selezione degli indicatori deve rimanere concentrata. Meglio pochi segnali collegati a decisioni concrete che un set ampio di metriche difficili da interpretare. Lead time, puntualità fornitore, variazioni delle date confermate, copertura stock, criticità del materiale e frequenza delle eccezioni possono costituire una base iniziale solida, se collegati a soglie e responsabilità.

Dalle prime soglie agli alert: costruire un modello adottabile dalle funzioni

Un modello adottabile è comprensibile, calibrato e utile nel lavoro quotidiano. Le funzioni coinvolte devono sapere quando un alert richiede una verifica, quando una decisione e quando un’escalation. Devono, inoltre, poter distinguere tra segnale informativo, rischio da monitorare e rischio da gestire con azione immediata.

L’adozione dipende anche dalla qualità del cambiamento organizzativo. Procurement, planning, logistica e operations devono condividere criteri di lettura, ruoli e modalità di aggiornamento. Se il sistema viene percepito come un controllo esterno o come un ulteriore report, la sua efficacia si riduce. Se, invece, viene integrato nei processi decisionali, diventa uno strumento di coordinamento.

Quando coinvolgere competenze esterne su dati, processi e Early Warning

Il supporto di competenze esterne può essere utile quando l’azienda riconosce la necessità di anticipare i rischi, ma non dispone internamente di metodo, governance dati o capacità di integrazione sufficienti. In questi casi, un Assessment di Supply Chain Risk Intelligence può aiutare a collegare processi, fonti informative, KPI, soglie, dashboard, responsabilità ed escalation.

Il ruolo della consulenza non dovrebbe essere quello di proporre una piattaforma, prima di aver compreso il processo. Il contributo più utile consiste nel disegnare un percorso progressivo: valutare i dati disponibili, identificare i segnali prioritari, costruire un modello di Early Warning, definire responsabilità e misurare l’efficacia delle decisioni preventive. Solo su questa base tecnologia, AI e integrazione dei sistemi possono produrre valore stabile.

FAQ

Che cosa significa Supply Chain Risk Intelligence?

Supply Chain Risk Intelligence significa usare in modo coordinato dati interni, segnali esterni, indicatori anticipatori, sistemi di Early Warning e, quando utile, l’AI per riconoscere condizioni che possono generare rischi nella Supply Xhain. Il suo obiettivo non è prevedere con certezza ogni evento, ma aumentare il tempo disponibile per intervenire prima che un rischio produca ritardi, shortage, interruzioni o impatti economici.

Qual è la differenza tra Risk Management e Risk Intelligence?

Il Risk Management identifica, valuta e gestisce i rischi lungo la Supply Chain. La Risk Intelligence aggiunge un presidio più continuo e predittivo, basato sull’osservazione di segnali deboli, anomalie e combinazioni di dati che possono anticipare un impatto. I due approcci sono complementari: la Risk Intelligence rende più tempestive le decisioni previste dal modello di gestione del rischio.

Quali dati servono per costruire un sistema di Early Warning nella Supply Chain?

Servono dati coerenti con il rischio da presidiare. In molti casi sono utili informazioni su ordini, date confermate, lead time, stock, coperture, performance fornitori, backlog, eccezioni di planning, trasporti e materiali critici. A questi possono essere aggiunti segnali esterni, purché siano selezionati in base alla loro rilevanza operativa e collegati a soglie, responsabilità e azioni preventive.

L’intelligenza artificiale può prevedere i rischi della Supply Chain?

L’intelligenza artificiale può aiutare a stimare probabilità, riconoscere pattern, individuare anomalie e prioritizzare alert, ma non può garantire una previsione certa di ogni rischio. Il suo valore dipende dalla qualità dei dati, dalla chiarezza del processo e dalla capacità delle persone di interpretare gli output. Per questo l’AI deve essere introdotta come supporto decisionale, non come sostituzione del giudizio umano.

Come evitare che gli alert diventino troppo numerosi o poco utili?

Per evitare rumore operativo, gli alert devono essere collegati a soglie calibrate, livelli di gravità e responsabilità decisionali. Ogni notifica dovrebbe indicare perché il segnale è rilevante, quale rischio potenziale rappresenta e quale funzione deve intervenire. Un sistema efficace non aumenta indistintamente le informazioni disponibili, ma aiuta a distinguere ciò che richiede attenzione immediata da ciò che può essere monitorato.

Un percorso concreto per anticipare i rischi nella Supply Chain

Per introdurre un approccio di Supply Chain Risk Intelligence non basta aggiungere nuovi indicatori o strumenti di monitoraggio: serve collegare dati, processi, responsabilità e decisioni in modo progressivo.

Makeitalia supporta le aziende in questo percorso, dall’analisi delle fonti informative e dei processi esistenti alla definizione di KPI, soglie di attenzione, sistemi di Early Warning ed escalation operative. Quando l’organizzazione ha l’esigenza di rendere più strutturato il presidio dei rischi, valutare la maturità dei dati o progettare un modello di monitoraggio più efficace, un confronto preliminare può aiutare a individuare il punto di partenza più adatto e le priorità su cui intervenire. Parliamone assieme, contattaci qui.

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Automazione dei processi nella Supply Chain: da dove iniziare

Automatizzare i processi della Supply Chain non significa partire subito da un software, da un algoritmo o da un progetto di intelligenza artificiale. Il primo passaggio è più concreto: capire quale processo, tra quelli oggi gestiti con attività manuali, file Excel, e-mail, ERP e portali esterni, può generare un beneficio misurabile, se viene automatizzato.

Molte aziende arrivano a questo punto con una domanda apparentemente semplice: da dove iniziare? La risposta non dipende solo dalla tecnologia disponibile, ma dalla maturità del processo, dalla qualità dei dati, dalla stabilità delle regole operative e dalla chiarezza delle responsabilità interne. Automatizzare un processo poco governato rischia, infatti, di rendere più veloce un flusso già fragile, senza risolvere le cause degli errori, dei ritardi o delle rilavorazioni.

Un progetto efficace parte quindi da una scelta selettiva. Non tutto deve essere automatizzato subito. Il primo processo da automatizzare dovrebbe essere abbastanza ripetitivo da giustificare l’intervento, abbastanza critico da produrre un impatto visibile e abbastanza stabile da non richiedere continue eccezioni manuali.

Prima di automatizzare, serve capire se il processo è pronto

Il punto di partenza non è la domanda “quale tecnologia possiamo adottare?”, ma “quale problema operativo vogliamo ridurre?”. In una Supply Chain complessa, le attività manuali non sono tutte uguali. Alcune assorbono tempo perché sono ripetitive e standardizzabili, altre richiedono ancora interpretazione, confronto tra funzioni o decisioni legate a eccezioni frequenti.

Un processo è un buon candidato all’automazione quando segue regole abbastanza chiare, utilizza dati disponibili e affidabili, si ripete con frequenza significativa e produce effetti misurabili su tempi, errori, backlog o qualità delle decisioni. Se, invece, il processo cambia continuamente, non ha owner definiti o si basa su dati incompleti, l’automazione può diventare prematura.

In questi casi, prima di automatizzare è spesso necessario lavorare sulla digitalizzazione, sulla standardizzazione o sulla revisione del flusso operativo. Digitalizzare significa rendere disponibili dati e informazioni in modo strutturato. Automatizzare significa ridurre o eliminare attività manuali ricorrenti. Introdurre l’AI significa, in alcuni casi, supportare analisi, previsioni o decisioni con modelli più avanzati. Confondere questi livelli porta a progetti troppo ampi, difficili da adottare e complicati da misurare.

Automazione, digitalizzazione e AI non sono la stessa cosa

La digitalizzazione crea le condizioni perché le informazioni siano raccolte, aggiornate e accessibili in modo più ordinato. L’automazione interviene sui passaggi operativi ripetitivi, riducendo attività manuali come inserimenti, controlli, notifiche, trasferimenti di dati o aggiornamenti tra sistemi. L’intelligenza artificiale può entrare in gioco quando il processo richiede capacità predittive, classificazioni, suggerimenti o analisi di scenari.

Nella Supply Chain questa distinzione è essenziale. Un’azienda può avere bisogno di automatizzare un flusso documentale tra acquisti e fornitori senza introdurre l’AI. Oppure deve migliorare la qualità dei dati di magazzino, prima di automatizzare attività di pianificazione. In altri casi, l’AI può essere utile solo dopo aver consolidato regole, dati storici e KPI.

Il rischio più comune è partire dall’ultimo livello, cioè dalla tecnologia più visibile, senza aver verificato se il processo sottostante è pronto. Un progetto di automazione funziona quando tecnologia, processo e persone procedono insieme.

Quando un processo manuale non è ancora automatizzabile

Non tutti i processi manuali sono automaticamente pronti per essere automatizzati. Un’attività può essere faticosa, ripetitiva e percepita come inefficiente, ma non per questo essere già matura per un intervento tecnologico.

Un segnale di scarsa maturità è la presenza continua di eccezioni non codificate. Se ogni caso viene gestito in modo diverso, se le regole cambiano in base alla persona coinvolta o se le informazioni arrivano da fonti non controllate, l’automazione rischia di amplificare la complessità. Lo stesso accade quando i dati non sono affidabili: automatizzare un flusso basato su anagrafiche incomplete, lead time non aggiornati o stock non coerenti può generare decisioni più rapide, ma non necessariamente migliori.

Prima di procedere, è quindi utile distinguere tra processi da automatizzare subito, processi da standardizzare e processi da ridisegnare. Questa distinzione riduce il rischio di investimenti tecnologici non adottati dagli utenti o incapaci di produrre benefici misurabili.

Come mappare i processi Supply Chain prima di scegliere il pilot

La mappatura AS-IS è il passaggio che trasforma una percezione generica di inefficienza in una base concreta per decidere. Non si tratta di documentare ogni dettaglio in modo burocratico, ma di ricostruire come il processo funziona oggi: chi fa cosa, con quali strumenti, quali dati utilizza, dove si generano attese, errori o rilavorazioni.

In molte aziende i punti critici emergono nei passaggi tra sistemi e funzioni. Un dato viene esportato dall’ERP, rielaborato in Excel, inviato via e-mail, confrontato con un portale fornitore e poi reinserito manualmente in un altro sistema. Ogni passaggio aggiunge tempo, possibilità di errore e dipendenza da singole persone.

La mappatura serve anche a distinguere il lavoro realmente decisionale dal lavoro amministrativo o ripetitivo. Un planner, un buyer o un responsabile logistico dovrebbero dedicare tempo alla gestione delle priorità, delle eccezioni e degli scenari critici, non al trasferimento manuale di dati o alla verifica ripetuta di informazioni già disponibili.

Dove cercare attività ripetitive, errori e passaggi a basso valore

I primi candidati all’automazione si trovano spesso nelle attività che collegano pianificazione, acquisti, logistica e controllo operativo. Non sempre sono i processi più evidenti o più “tecnologici”; spesso sono passaggi quotidiani, frammentati e sottovalutati.

Può trattarsi dell’aggiornamento manuale di report di avanzamento, della raccolta di conferme da fornitori, del controllo di discrepanze tra ordini e consegne, della generazione di alert su ritardi, della riconciliazione tra dati di magazzino e pianificazione o della preparazione di dashboard operative. Sono attività che, se svolte manualmente, consumano tempo e rendono più lento il ciclo informativo.

La domanda da porsi non è solo quanto tempo richiede una singola attività, ma quante volte viene ripetuta, quante persone coinvolge e quali decisioni rallenta. Un’attività di pochi minuti, se ripetuta molte volte alla settimana da diversi ruoli, può nascondere un costo operativo significativo e un impatto rilevante sulla qualità delle informazioni.

Il ruolo di dati, regole operative e ownership

Un processo automatizzabile ha bisogno di tre condizioni di base: dati disponibili, regole operative chiare e responsabilità definite. Se manca uno di questi elementi, il progetto richiede prima un lavoro di preparazione.

I dati devono essere accessibili, aggiornati e coerenti tra le fonti. Le regole operative devono essere sufficientemente esplicite: quando generare un alert, quando bloccare un flusso, quando richiedere una validazione o quando aggiornare un’informazione. L’ownership deve essere chiara, perché ogni automazione modifica il modo in cui le persone lavorano e prendono decisioni.

Senza ownership, anche una buona soluzione tecnica può restare inutilizzata. Se nessuno governa le regole, aggiorna i parametri, interpreta i KPI o gestisce le eccezioni, l’automazione diventa un oggetto separato dal processo reale.

Quale processo automatizzare per primo: criteri di impatto e fattibilità

La scelta del primo processo da automatizzare dovrebbe nascere dall’incrocio tra impatto e fattibilità. L’impatto misura quanto il processo incide su tempi, costi, qualità del dato, servizio o carico operativo. La fattibilità misura quanto il processo è stabile, standardizzato, integrabile e accettabile per gli utenti coinvolti.

Un processo ad alto impatto, ma molto complesso, può essere poco adatto a un primo pilot, perché richiede troppi interventi preliminari. Al contrario, un processo molto semplice, ma a basso impatto, può essere utile come test tecnico, ma rischia di non generare sufficiente attenzione interna. Il punto di equilibrio si trova nei processi in cui il beneficio è visibile e la complessità è governabile.

Per valutare le priorità, è utile osservare alcuni criteri in modo congiunto: frequenza dell’attività, tempo assorbito, numero di errori o rilavorazioni, qualità dei dati disponibili, chiarezza delle regole operative, numero di sistemi coinvolti, impatto sulle decisioni e disponibilità degli utenti a modificare il modo di lavorare. Questa lettura permette di evitare scelte basate solo sulla pressione del momento o sulla disponibilità di una tecnologia.

I processi più adatti a un primo progetto di automazione

Un primo pilot dovrebbe riguardare un processo circoscritto, misurabile e riconoscibile dagli utenti come fonte di inefficienza. Nella Supply Chain, esempi tipici possono essere l’automazione di controlli su dati operativi, l’invio di notifiche su ritardi o anomalie, la raccolta strutturata di informazioni da fornitori, l’aggiornamento automatico di dashboard o la gestione di flussi documentali ripetitivi.

Anche alcune attività di pianificazione possono essere buone candidate, purché siano ben definite. Per esempio, un controllo automatico su scostamenti tra domanda, disponibilità e capacità può aiutare il planner a concentrarsi sulle eccezioni più rilevanti. L’obiettivo non è sostituire la decisione, ma ridurre il lavoro manuale necessario per arrivare alla decisione.

Lo stesso vale per acquisti e logistica. Automatizzare la raccolta di conferme, la segnalazione di ritardi, la verifica di scadenze o la produzione di report ricorrenti può liberare tempo operativo e migliorare la tempestività delle informazioni. Il beneficio diventa più solido quando il processo automatizzato è collegato a KPI chiari e condivisi.

I processi da rimandare quando dati e regole non sono stabili

Alcuni processi dovrebbero essere rimandati, almeno come primo intervento. Sono quelli in cui le regole non sono condivise, i dati sono incompleti, le eccezioni superano i casi standard o l’impatto organizzativo è troppo ampio rispetto alla maturità interna.

Rimandare non significa rinunciare. Significa preparare il processo prima di automatizzarlo. In alcuni casi, il lavoro corretto consiste nel pulire le anagrafiche, aggiornare i parametri, definire responsabilità, ridurre varianti inutili o chiarire i criteri decisionali. Solo dopo questo passaggio l’automazione può produrre un miglioramento stabile.

Questa prudenza è particolarmente importante nei progetti collegati ad AI & Automation. L’intelligenza artificiale può essere un abilitatore potente, ma richiede dati, obiettivi e processi sufficientemente robusti. Senza queste condizioni, il rischio è introdurre complessità tecnologica in un contesto che avrebbe prima bisogno di ordine operativo.

KPI per misurare un progetto di automazione nella supply chain

Un progetto di automazione deve essere misurabile prima ancora di essere implementato. Definire i KPI a posteriori rende difficile distinguere un miglioramento reale da una percezione positiva iniziale. Per questo è utile stabilire una baseline: come funziona oggi il processo, quanto tempo assorbe, quali errori produce, quante rilavorazioni genera e quanto incide sulla velocità delle decisioni.

I KPI possono riguardare l’efficienza, la qualità del dato, il servizio interno o esterno e l’adozione da parte degli utenti. Il tempo ciclo misura quanto dura un’attività dall’avvio alla chiusura. Il numero di errori o rilavorazioni indica la qualità del flusso. Il backlog mostra se l’automazione riduce attività arretrate. Le ore/uomo risparmiate aiutano a capire quanto lavoro operativo viene liberato. L’accuratezza del dato e il lead time informativo misurano, invece, quanto il processo produce informazioni più tempestive e affidabili.

Occorre, però, evitare promesse astratte o numeri non documentati. Ogni azienda parte da condizioni diverse: sistemi, dati, processi, competenze e volumi influenzano i risultati. Il valore del pilot sta proprio nella possibilità di misurare, su un perimetro controllato, ciò che può essere scalato in modo più ampio.

Indicatori prima e dopo il pilot

Prima del pilot, i KPI descrivono la situazione di partenza. Dopo il pilot, permettono di valutare se l’automazione ha ridotto gli attriti reali. La misurazione dovrebbe coprire sia il risultato operativo, sia la qualità dell’esperienza per gli utenti.

Se un flusso diventa più veloce, ma richiede continui interventi manuali di correzione, il beneficio è parziale. Se riduce il tempo di aggiornamento dei dati, ma non viene usato dai team, il problema non è solo tecnico: riguarda il disegno del processo, la formazione o la fiducia nelle informazioni prodotte.

Per questo, accanto ai KPI quantitativi, è utile osservare il comportamento degli utenti. Quante eccezioni vengono gestite fuori dal sistema? Quante volte si torna a usare Excel come strumento parallelo? Quante decisioni continuano a dipendere da scambi informali via e-mail? Questi segnali aiutano a capire se l’automazione è entrata davvero nel processo o se è rimasta un livello aggiuntivo.

Perché misurare l’adozione è importante quanto misurare l’efficienza

La riuscita di un progetto di automazione non dipende solo dal fatto che il flusso funzioni tecnicamente. Dipende dalla capacità dell’organizzazione di usarlo in modo stabile. Un’automazione non adottata crea un doppio binario: da un lato il nuovo strumento, dall’altro le vecchie abitudini operative.

Misurare l’adozione significa verificare se le persone si fidano del nuovo processo, se i dati sono considerati affidabili, se le regole sono comprese e se le eccezioni vengono gestite nel modo previsto. Quando questi elementi non sono presidiati, il progetto può apparire corretto sulla carta, ma produrre poco valore nella pratica.

La formazione ha, quindi, un ruolo operativo, non accessorio. Non serve solo a spiegare come usare uno strumento, ma a chiarire perché il processo cambia, quali decisioni vengono supportate e quali responsabilità restano in capo alle persone.

Dal processo pilota alla scalabilità

Il pilot non dovrebbe essere pensato come un esperimento isolato, ma come il primo passo di un percorso scalabile. Per questo, deve essere abbastanza circoscritto da essere governabile, ma abbastanza significativo da generare apprendimento utile per altri processi.

Dopo il pilot, l’azienda dovrebbe chiedersi cosa ha imparato sul proprio modo di lavorare. Quali dati si sono rivelati affidabili? Quali regole hanno richiesto correzioni? Quali utenti hanno adottato più facilmente il nuovo flusso? Quali integrazioni con i sistemi esistenti si sono dimostrate necessarie? Queste risposte aiutano a costruire una roadmap più solida.

Scalare non significa replicare meccanicamente la stessa soluzione in altri ambiti. Significa applicare lo stesso metodo: selezione del processo, verifica della readiness, definizione dei KPI, disegno del pilot, misurazione, formazione e progressiva estensione. In questo modo l’automazione diventa una capacità organizzativa, non una somma di iniziative scollegate.

Come evitare automazioni isolate o non adottate dagli utenti

Le automazioni isolate nascono spesso da esigenze locali, risolte in modo rapido, ma senza una visione di processo. Possono generare benefici immediati, ma nel tempo rischiano di creare nuove frammentazioni: strumenti non integrati, logiche diverse tra funzioni, dati duplicati e responsabilità poco chiare.

Per evitarlo, ogni progetto dovrebbe essere collegato a una mappa complessiva dei processi Supply Chain e a una governance dei dati. Anche un intervento piccolo deve essere coerente con il modo in cui l’azienda vuole gestire informazioni, decisioni e flussi operativi.

La scalabilità richiede, inoltre, una comunicazione chiara con gli utenti. Se l’automazione viene percepita come un’imposizione tecnica, la resistenza cresce. Se, invece, viene presentata come un modo per ridurre attività ripetitive, migliorare la qualità delle informazioni e rendere più visibili le priorità operative, l’adozione diventa più naturale.

Quando coinvolgere consulenza, integrazione sistemi e AI & Automation

Il coinvolgimento di competenze esterne può essere utile quando l’azienda ha già identificato un bisogno, ma non dispone internamente di metodo, tempo o competenze per trasformarlo in un progetto strutturato. Un assessment dei processi Supply Chain può aiutare a leggere la situazione AS-IS, individuare i processi candidabili e costruire una matrice di priorità basata su impatto e fattibilità.

La consulenza di processo è particolarmente utile quando il problema non è solo tecnologico, ma riguarda regole operative, responsabilità, dati e modalità decisionali. L’integrazione dei sistemi diventa centrale quando i flussi attraversano ERP, portali, strumenti di pianificazione, database o dashboard. Le soluzioni di AI & Automation si inseriscono, invece, quando il processo è abbastanza maturo da beneficiare di automazioni più evolute, analisi predittive o supporto decisionale.

Il punto non è aggiungere tecnologia dove manca ordine, ma costruire le condizioni perché la tecnologia produca valore. Un progetto ben impostato parte da un perimetro chiaro, misura i risultati e prepara l’organizzazione a estendere progressivamente l’automazione ad altri processi.

FAQ

Da quale processo della Supply Chain conviene iniziare ad automatizzare?

Conviene iniziare da un processo ripetitivo, misurabile e ad alto impatto operativo, ma con una complessità ancora governabile. Un buon candidato è un flusso in cui oggi le persone dedicano molto tempo ad attività manuali, controlli, aggiornamenti o trasferimenti di dati. Un flusso, inoltre, in cui esistono regole abbastanza chiare per definire cosa deve accadere. La scelta non dovrebbe dipendere solo dalla criticità percepita, ma dall’incrocio tra beneficio atteso, qualità dei dati, stabilità del processo e disponibilità degli utenti ad adottare il nuovo modo di lavorare.

Quali KPI usare per valutare l’automazione di un processo Supply Chain?

I KPI più utili dipendono dal processo, ma in genere riguardano tempo ciclo, errori, rilavorazioni, backlog, ore/uomo assorbite, accuratezza dei dati, lead time informativo e livello di adozione da parte degli utenti. La misurazione deve partire prima del pilot, così da confrontare la situazione iniziale con i risultati successivi. È importante non limitarsi all’efficienza: anche la qualità delle informazioni e la reale adozione del processo automatizzato sono indicatori decisivi.

È meglio scegliere prima un software o analizzare i processi?

Nella maggior parte dei casi è preferibile analizzare prima i processi. La scelta del software dovrebbe arrivare dopo aver chiarito quali attività automatizzare, quali dati servono, quali regole guidano il processo e quali KPI misureranno il risultato. Scegliere prima uno strumento può portare a forzare il processo dentro una soluzione non adatta o a introdurre funzionalità che gli utenti non utilizzeranno. L’analisi AS-IS e la definizione del perimetro del pilot riducono questo rischio.

L’automazione della Supply Chain richiede sempre l’intelligenza artificiale?

No, l’automazione della Supply Chain non richiede sempre l’intelligenza artificiale. Molti benefici possono nascere da automazioni di flusso, integrazioni tra sistemi, dashboard operative, alert automatici o gestione più strutturata dei dati. L’AI diventa rilevante quando il processo richiede analisi più avanzate, supporto predittivo, classificazioni o suggerimenti decisionali. Prima di introdurla, è utile verificare che dati, regole e obiettivi siano sufficientemente solidi.

Un supporto concreto per i progetti di automazione

Individuare il giusto punto di partenza è spesso la parte più complessa di un percorso di automazione. Per questo, molte aziende scelgono di affiancarsi a partner che conoscano sia i processi, sia le tecnologie che supportano la Supply Chain.

In Makeitalia supportiamo le aziende nell’analisi dei processi, nella definizione delle priorità di intervento, nella progettazione dei pilot e nella valutazione delle soluzioni di automazione più adatte al contesto aziendale.

Se stai valutando come automatizzare alcuni processi della tua Supply Chain o vuoi confrontarti su una specifica esigenza, puoi contattarci attraverso la pagina Contatti: saremo lieti di approfondire i tuoi obiettivi e valutare insieme le opportunità di miglioramento.

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Makeitalia sponsor all’evento “10 anni di Cartiera”

Lo scorso 30 Giugno Makeitalia ha partecipato all’evento “10 anni di Cartiera”, in qualità di sponsor.
Un appuntamento che ha celebrato i primi 10 anni di attività di questa realtà.

Nella foto Roberto Ferrari, partner di Makeitalia, con Andrea Marchesini, fondatore del Laboratorio Cartiera.

Cartiera ha sede a Bologna ed è un laboratorio di moda etica che realizza accessori in pelle e tessuto recuperando materie prime di alta qualità, valorizzate attraverso le tecniche dell’artigianato Made in Italy e il coinvolgimento di persone in condizioni di svantaggio. Un processo produttivo eticamente e socialmente sostenibile.

Makeitalia in questi anni ha scelto di supportare Cartiera, attraverso progetti di realizzazione di gadget e accessori.

Crediamo nell’economia circolare, nella valorizzazione delle persone, nella sostenibilità ambientale e nell’inclusione sociale: valori che ritroviamo pienamente in Cartiera, un laboratorio fatto soprattutto di persone, volti e passione. Aspetti molto vicini all’anima di Makeitalia.

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Riduzione costi acquisto e Strategic Sourcing: come un’azienda ha reso la propria Supply Base più competitiva

Nel settore dell’economia circolare, dove sostenibilità e innovazione devono convivere con efficienza e controllo dei costi, la gestione degli acquisti rappresenta una leva strategica fondamentale. Non si tratta più soltanto di garantire continuità nelle forniture, ma di contribuire concretamente alla competitività aziendale attraverso una gestione strutturata della Supply Base, la riduzione dei costi e la mitigazione dei rischi.

È in questo contesto che un’azienda specializzata nella progettazione e realizzazione di impianti per il riciclo delle materie plastiche ha scelto di affidarsi a Makeitalia con obiettivi ben definiti: acquisire una conoscenza approfondita del parco fornitori per valutarne l’effettiva competitività rispetto al mercato, individuare opportunità di ottimizzazione dei costi sulle categorie a maggiore impatto economico, strutturare la gestione della Supply Base e definire una strategia di acquisto condivisa, chiara, applicabile e sostenibile nel tempo. Il tutto con la finalità di costruire un modello di Strategic Sourcing capace di supportare la crescita dell’azienda nel lungo periodo, aumentando al contempo competitività, resilienza e creazione di valore.

Il progetto di Supply Chain Management che raccontiamo oggi nasce proprio da questa esigenza: trasformare una gestione degli acquisti prevalentemente operativa in un modello strutturato, guidato dai dati e orientato alle decisioni strategiche.

L’esigenza: conoscere la propria Supply Base per guidare le decisioni

Quando il cliente ci ha coinvolti, il punto di partenza era ben definito ma al tempo stesso complesso: ottenere maggiore visibilità sulle performance e sulla competitività dei fornitori, individuando al contempo opportunità concrete di riduzione dei costi.

L’obiettivo era chiaro: costruire una strategia d’acquisto solida, replicabile e sostenibile nel tempo, capace di supportare la crescita futura dell’azienda.

Per farlo, era necessario rispondere a domande cruciali:

  • dove si concentra realmente la spesa?
  • quali sono le categorie più rilevanti e critiche?
  • i fornitori attuali sono allineati alle esigenze del business?
  • le performance dei fornitori sono allineate con i target aziendali?
  • esistono alternative più competitive sul mercato?

Serviva quindi un approccio metodico, ma anche rapido ed efficace.

La risposta di Makeitalia: una visione completa in tempi rapidi

La sfida principale del progetto è stata tanto chiara quanto sfidante: costruire una visione completa e strutturata dell’intero perimetro di acquisto.

Makeitalia ha affrontato il progetto con un approccio rigoroso, ma orientato al risultato, lavorando su due direttrici fondamentali.

La prima ha riguardato l’analisi approfondita della spesa e della Supply Base, con l’obiettivo di costruire una fotografia completa del contesto di acquisto.

La seconda si è concentrata sulla definizione di una strategia di Sourcing, trasformando le evidenze emerse dall’analisi in azioni concrete e misurabili.

L’obiettivo non era solo fotografare la situazione esistente, ma trasformare le informazioni in leve decisionali, capaci di guidare scelte immediate e future.

Attività operative: analizzare la spesa e comprendere i fornitori

Il primo passo è stato quello di entrare nel dettaglio dei dati, attraverso un’attività strutturata di spend analysis.

Questa fase ha permesso di:

  • analizzare l’intera spesa aziendale;
  • individuare i principali trend economici e comportamenti dei fornitori;
  • comprendere il livello di concentrazione della spesa;
  • identificare le aree con maggiore potenziale di ottimizzazione.

A questa analisi si è affiancata un’attività di clustering dell’acquistato, fondamentale per organizzare le informazioni in modo chiaro e utile.

I componenti sono stati raggruppati in categorie omogenee, sulla base di caratteristiche tecniche ed economiche, permettendo di identificare le classi merceologiche più rilevanti su cui intervenire.

Successivamente, grazie a strumenti consolidati come la matrice di Kraljic, ogni cluster è stato analizzato per definire il posizionamento strategico di ciascuna categoria e definire le migliori linee guida strategiche, in funzione delle caratteristiche dei clusters individuati e mappati.

Questo ha reso possibile:

  • distinguere le categorie strategiche da quelle leverage, bottleneck e not critical;
  • identificare le leve negoziali più efficaci;
  • costruire strategie differenziate per ciascun ambito.

Parallelamente, è stata condotta una valutazione puntuale delle performance dei fornitori, in termini quality, cost e delivery, con l’obiettivo di capire quali fossero realmente allineati alle esigenze del cliente e quali, invece, rappresentassero un limite o un’opportunità di revisione. Le evidenze raccolte hanno inoltre permesso di identificare i partner con le migliori performance complessive, definendo un panel di fornitori preferenziali su cui concentrare le future strategie di sviluppo e consolidamento della Supply Base.

Dimensione strategica: benchmark di mercato e costruzione della strategia

Una volta consolidata la base analitica, il progetto è entrato nella sua fase più strategica.

Makeitalia ha sviluppato un’attività di market benchmark, mettendo a confronto:

  • fornitori già presenti nella Supply Base;
  • fornitori esterni qualificati.

Questo confronto ha permesso di definire target di mercato realistici e concreti, offrendo al cliente un riferimento chiaro su cui basare le proprie decisioni.

Le informazioni raccolte sono state integrate nella costruzione della strategia di acquisto, definita specificamente per ciascuna categoria merceologica. Il progetto si è concluso con la predisposizione di un Action Plan condiviso con il management e le principali funzioni aziendali, trasformando le opportunità individuate in iniziative concrete e sostenibili nel tempo.

Risultati: saving concreti e maggiore controllo della Supply Chain

I risultati del progetto sono stati tangibili fin da subito.

L’analisi di mercato ha permesso di individuare opportunità di riduzione costi comprese tra il 6% e il 10% sulle categorie considerate prioritarie, fornendo al cliente un obiettivo chiaro e misurabile.

Il valore del progetto non si è fermato, però, ai numeri.

L’azienda ha ottenuto:

  • una visione completa e strutturata della propria spesa;
  • una Supply Base maggiormente razionalizzata e competitiva;
  • maggiore consapevolezza nella gestione dei fornitori;
  • una Supply Base più coerente con le esigenze strategiche;
  • strategie differenziate per categoria merceologica;
  • una strategia d’acquisto e un piano di azioni condiviso per guidare le future decisioni.

Inoltre, grazie alla definizione dei fornitori preferenziali, il cliente è oggi in grado di affrontare con maggiore sicurezza sia le attività correnti, sia le opportunità di sviluppo futuro.

Il risultato più importante?
Un sistema acquisti più consapevole, governato e orientato al valore, capace di sostenere la crescita aziendale nel tempo.

Vuoi rendere più strategici i tuoi acquisti?

Se anche la tua azienda ha l’esigenza di migliorare la gestione degli acquisti, aumentare la competitività della propria Supply Base o individuare opportunità concrete di riduzione costi, Makeitalia può supportarti con un approccio strutturato, ma sempre orientato al risultato.

Ogni realtà ha le sue sfide e le sue priorità.
Partire da un’analisi mirata può essere il primo passo per trasformare gli acquisti in una vera leva strategica.

Contattaci: insieme possiamo costruire il percorso più efficace per la tua crescita.

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Makeitalia compie 18 anni: una storia che continua a guardare lontano

Ci sono traguardi che segnano una storia. Per Makeitalia il 2026 è uno di questi: 18 anni di progetti concreti, celebrati insieme alle proprie persone in occasione del tradizionale Makeitalia Summer Party, tenutosi lo scorso venerdì 26 Giugno nella suggestiva cornice di Villa Cesi, in provincia di Modena. Una serata che è stata molto più di un evento aziendale, diventando il simbolo di un percorso fatto di crescita, sfide condivise e risultati costruiti nel tempo.

Uno sguardo su Makeitalia

Un compleanno importante che racconta l’evoluzione di Makeitalia: oggi partner di riferimento per le aziende nel Supply Chain Management, capace di accompagnarle nei percorsi di trasformazione e ottimizzazione della catena di fornitura, con uno sguardo sempre rivolto al futuro.

In questo contesto si inserisce anche il 2025, un anno di solidità chiuso con un fatturato di circa 19 milioni di euro. Un risultato che non rappresenta solo una performance economica, ma conferma la capacità dell’azienda di crescere mantenendo equilibrio, coerenza strategica e visione di lungo periodo.

Negli ultimi anni, e con ancora maggiore forza nel 2025, Makeitalia ha accelerato lo sviluppo delle proprie competenze nell’ambito della Digital Supply Chain e della Supply Chain AI, accompagnando le aziende verso modelli operativi sempre più evoluti, integrati e data-driven. Dalla digitalizzazione dei processi alla progettazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, l’obiettivo è rendere la Supply Chain non solo più efficiente, ma anche più resiliente, predittiva e sostenibile. Un percorso concreto, fatto di progetti e risultati misurabili, che posiziona Makeitalia come attore sempre più rilevante nell’innovazione della Supply Chain.

Parallelamente, l’azienda continua a portare avanti con determinazione il proprio impegno sui temi ESG, integrando sostenibilità e responsabilità nelle strategie e nelle operations. Dall’evoluzione dell’impianto fotovoltaico all’introduzione di soluzioni ecosostenibili nelle aree produttive e logistiche, fino al supporto al tessuto imprenditoriale locale e alla promozione di modelli organizzativi inclusivi, Makeitalia conferma un approccio in cui crescita e impatto positivo vanno di pari passo.

Se c’è un elemento che, dopo 18 anni, rimane centrale è, poi, quello delle persone. Il traguardo celebrato al Makeitalia Summer Party è, soprattutto, il risultato del lavoro e della passione del team, che negli anni ha contribuito a costruire una cultura aziendale solida e distintiva. Anche nel 2025 Makeitalia ha continuato a investire nello sviluppo del proprio capitale umano attraverso percorsi strutturati di formazione, crescita e confronto continuo, rafforzando un ambiente di lavoro dinamico, meritocratico e orientato al benessere. Le politiche di flessibilità organizzativa, tra cui smart working e orari flessibili, insieme all’ingresso di nuovi talenti, confermano la volontà dell’azienda di evolversi, mantenendo al centro il valore delle persone e la qualità delle relazioni interne.

Diciotto anni rappresentano un momento chiave da cui continuare a costruire il percorso che verrà. Un passaggio fondamentale che apre nuovi percorsi di crescita e innovazione. In un mercato in continua trasformazione, Makeitalia continua a costruire il proprio futuro con un approccio che integra innovazione, responsabilità e visione strategica.

Dichiarazioni

Raggiungere i 18 anni è per noi un traguardo profondamente significativo, che abbiamo voluto celebrare insieme alle nostre persone, cuore pulsante dell’azienda. È grazie a loro, ma anche ai nostri clienti e partner, se oggi possiamo guardarci indietro con orgoglio e avanti con ambizione. Negli anni abbiamo costruito competenze, relazioni e solidità, continuando a innovare – soprattutto nell’ambito della Digital Supply Chain e dell’Intelligenza Artificiale – senza perdere di vista ciò che conta davvero: le persone. Questo anniversario non è solo una celebrazione, ma una nuova partenza verso le sfide che ci attendono.”, commenta Marcello Carretta, partner fondatore di Makeitalia.

 

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